Collezionando J.R.R. Tolkien

Where’s What, Gollum?

In Documenti on 13 marzo, 2007 at 12:08 pm

Sul Times Literary Supplement dello scorso 22 dicembre è apparso Where’s What, Gollum?, un articolo di John Garth. Si tratta della recensione comparativa di due monumentali volumi usciti nel 2006: The J.R.R. Tolkien Encyclopedia (della quale abbiamo già parlato) e The J. R. R. Tolkien Companion and Guide. Ciò che mi ha colpito di questo pezzo è in realtà l’introduzione, nella quale l’autore affronta di petto l’annosa e spinosa questione del rapporto tra il mondo accademico/letterario e l’opera di Tolkien.

Garth osserva che le enciclopedie tolkienane sono sempre state disponibili in gran quantità. Si trattava in genere di libri che approfondivano argomenti come la geografia della Contea o gli usi e costumi della civiltà gondoriana; erano testi indirizzati a coloro che erano affascinati dall’incredibile dettaglio del mondo immaginato da Tolkien, non certo destinati a studiosi e critici i quali, anzi, si allontanavano da Tolkien anche a causa di questo tipo di produzione. Con la stessa smania con la quale i lettori di Tolkien lo adoravano, i critici lo disprezzavano. Un fenomeno che, sostiene Garth, iniziò lentamente a regredire solo con la pubblicazione dello studio di Tom Shippey, La Via per la Terra di Mezzo, recentemente tradotto anche in Italia.

In questo contesto i due volumi recensiti sarebbero un’ulteriore passo nel percorso di avvicinamento tra i due mondi; i testimoni dell’ormai imminente era degli Studi Tolkieniani.

  1. Quello di Garth mi pare un giudizio di rara acutezza. Spesso i peggiori nemici di Tolkien sono stati (e sono tuttora) i suoi fan. Vedere che il problema non e’ (stato) limitato alla sola Italia (dove tuttavia ha assunto le tinte ideologiche che ben conosciamo) e’ in qualche modo confortante, nel senso che stempera il “caso” Italia.

    ciao
    Giacomo

  2. Concordo sull’acutezza dell’osservazione. Unico appunto che mi sentirei di fare è relativo ai tempi. Garth teorizza una “upcoming age of tolkien studies”. Io azzarderei che siamo già da qualche tempo in una nuova era, soprattutto rispetto agli anni ’70 e ’80 del secolo scorso nei quali Tolkien era relegato al ruolo di “ispiratore del famoso gioco Dungeons and Dragons”, per intenderci. Lo stesso Garth menziona l’82 (anno di uscita del libro di Shippey) dopotutto.

  3. Verissimo. Nel mondo anglosassone il buon inizio (Shippey) ha avuto buoni frutti (altri autori come Flieger, Chance ecc.) e i “danni” compiuti dai fan sono stati, credo anche per questo, limitati (spinti sullo sfondo, ridotti a folklore?).
    In realta’, se guardiamo bene, anche in Italia sono stati fatti, tutto sommato per tempo, i passi giusti: l’Invito alla lettura di Tolkien di E. Lodigiani e’ del 1982, il Castoro di O. Palusci del 1983. E si tratta, in entrambi i casi, di studi seri, parti – cosa *ancora piu’ importante* – di collane serie, in cui trovi Rilke, Mann e Breton, tanto per dire. Poi e’ arrivata l’idra, che di teste ne aveva soltanto due (quella ideologica e quella ludico-infantil-feticista), ma sufficienti a mangiarsi tutto il resto. ^__^;;;

    ciao
    Giacomo

  4. Sono naturalmente d’accordo con la riflessione di Giacomo, ma non credo che l’era sia già iniziata. Stiamo vivendo, secondo me, proprio il periodo di transizione di cui parla Garth.
    Detto questo, ho comprato di recente l’opera della coppia Hammond-Scull ed è davvero un lavoro notevole!

  5. Secondo me in realtà i due aspetti ora convivono, come è giusto che sia. Il fatto che ci sia questo fermento ormonale (i fan) attorno all’autore tende tristemente a raffreddare l’entusiasmo degli accademici che tengono alla loro aura di serietà e temono di ledere la loro immagine accademica. Tuttavia sempre più studiosi si dedicano al nostro sia in Italia (meno) che all’estero.. e non da oggi. Certo siamo lontani dai paesi anglofoni, dove Michael C. Drout si può permettere di tenere un intero corso, a Wheaton, su Tolkien.

    Ottimo il riferimento alla Lodigiani, Giacomo, azzarderei che in fin dei conti lei in Italia ha svolto un ruolo simile a quello di Shippey all’estero, anche se il volano nel nostro paese è stato meno efficace o se vogliamo, le radici hanno attecchito più lentamente. Da sottolineare a questo proposito che all’epoca, se non sbaglio, era una giovane di belle speranze, fresca di laurea: ormoni a go-go messi a buon servizio.

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