Collezionando J.R.R. Tolkien

Alberi e Miti, intervista all’autore

In Studi e Saggi on 16 aprile, 2008 at 4:25 pm

Copertina del saggio Alberi e Miti, L\'Arco e la Corte 2007Recentemente è stato dato alle stampe Alberi e miti. In ascolto di J.R.R. Tolkien (L’Arco e la Corte, Bari), di Vito Fascina. Stuzzicati da alcune buone recensioni e intrigati dal sommario abbiamo pensato di sottoporre una serie di domande all’autore. Chi meglio di lui avrebbe potuto presentare il libro ai lettori di Eldamar? Il risultato è l’intervista che segue:

Qualunque sia l’argomento di un libro il lettore desidera saperne di più sull’autore, ciò è vero specialmente nel caso il libro in questione sia un saggio. Può dirci qualcosa su di sé e sulla sua attività?
Da un quarto di secolo insegno lettere nei licei e nella media inferiore: ora al liceo Scientifico S. Simone di Conversano. Ho anche collaborato con la facoltà di Scienze della Formazione per quasi un ventennio. Al profondo amore per la cultura, come veicolo per conoscere e valorizzare la fragile grandezza di ogni uomo, ho sempre unito un’attenzione per la vita pratica, non solo scrivendo libri, ma dirigendo corsi di formazione per presidi, docenti e personale Ata della scuola italiana. Mi sono formato a Milano e in quegli anni Ottanta così vitali per la capitale meneghina ho organizzato decine di eventi culturali e sportivi di grande rilievo come, presso la scuola “Argonne”, una giornata sulla Formula 1 con la presenza di macchine, piloti e tutto lo staff dell’autodromo di Monza. A quel periodo, 1980 circa, è ascrivibile la scoperta di Tolkien, che diviene il mio autore di riferimento accanto a Dante e Manzoni. Negli anni Novanta, in Puglia dirigo per dieci anni il settore Scuola della Telecom e creo la prima dorsale informatica che sperimenta videotel e internet per le scuole del territorio. Dall’inizio di questo decennio mi dedico ancor più agli studi educativi e cerco di offrire per l’Italia uno sguardo più articolato e armonico intorno all’opera e alla vita di Ronald Tolkien.

Venendo a J.R.R. Tolkien, quando l’ha letto per la prima volta? Cosa l’ha colpita maggiormente alla prima lettura?
Come dicevo, ho iniziato il mio viaggio alla fine degli anni Settanta, primi Ottanta, quando grazie ad un passaparola tra universitari che frequentavano una residenza a Bari, abbiamo scoperto Tolkien e, subito, ne è nato uno studio, uno sguardo a più voci. Essendo i primi anni del pontificato di Karol Woytjla, rimanemmo impressionati dalla grande forza del messaggio del maestro inglese, soprattutto in chiave laicale. Eravamo, credo tutti, alla ricerca di un autore che parlasse di coraggio, amicizia, valori perenni, mentre ci avvicinavamo a varcare la soglia di un nuovo millennio. Col tempo, ho incontrato molti altri cultori e tra loro, gli amici della Società Tolkieniana Italiana, che hanno avuto il grande merito di far ancor più scoprire l’unicità, nel secolo breve, della sua mitopoiesi.

Quali tra le opere maggiori e minori di J.R.R. Tolkien ha apprezzato maggiormente? Per quali motivi?
Devo dire che The Lord of the Rings è l’opera che ammiro di più, perché ne leggo, tra le righe, lo sforzo di una vita, l’attenzione per ogni possibile dubbio sorto in chi gli sta di fronte. Rispetto ad Omero, a Virgilio, o Dante, la modernità di questo grande affresco risiede proprio nella cura quasi perfetta di ogni dettaglio storico, spazial-geografico, paesaggistico, dei personaggi e ciò nasce dalla doppia vocazione del professore oxfordiano: l’attenzione sovrumana per lo spessore qualitativo di ogni parola e lo sguardo, nello scrivere, sempre verso il suo principale giudice: il lettore. In ciò un grande aiuto, bisogna sempre ricordarlo, gli è venuto dal sodalizio degli Inklings e da C.S. Lewis, su tutti, che furono dei finissimi interlocutori nel dipanarsi quindicennale del capolavoro.

Cosa, dell’opus tolkieniano, ha colpito la sua attenzione al punto da indurla ad andare oltre la lettura, a dedicare studi e approfondimenti all’opera del professore di Oxford?
Dicevo già prima, che la cerca intellettuale di ogni uomo è misteriosa e perciò unica. Non ho mai cercato nella mia vita libri di evasione, poiché sono un grande lettore e appassionato di storia e vita quotidiana (giornalismo), ma, leggendo una ventina di volte The Hobbit e più volte The Lord of the Rings, ho scoperto che il suo messaggio era valido per l’uomo di ogni tempo e ciò mi ha conquistato. Devo anche aggiungere che la mia sorpresa più grande, uno stupore di gioia mista a godimento interiore, si è manifestata quando ho letto Il Silmarillion e l’epistolario: allora ho compreso che quanto lo scrittore aveva voluto trasmetterci era prima stato curiositas e studiositas, per arrivare alla bonta-bella della Verità.

Veniamo ad Alberi e Miti. Cosa risponderebbe a un lettore di Tolkien le chiedesse di descrivere il contenuto del libro?
Nelle tre presentazioni che tre insigni colleghi, e soprattutto maestri (i proff.ri Marcello Marin, insigne filologo patristico; Antonio d’Itollo, dirigente scolastico oggi archivista e ispettore tecnico del ministero; Michele Costantino, grande maestro del diritto privato in Italia) hanno voluto offrire a Bari ad amici e studiosi-appassionati per delineare il mio percorso di ricerca, confluito in Alberi e Miti, ho colto la stessa gioia, una grande pace e serenità nel leggere il mio contributo. Direi di più, mi è sembrato che avessero recensito un libro più bello di quello da me mandato alla stampe, a conferma che l’amicizia se non rende ciechi, almeno favorisce lo strabismo, ma, se volessimo andare più in profondità, potrei anche affermare che questo è il miracolo generativo dell’opera tolkieniana: favorire echi a raggiera di cultura perenne. Il saggio con questi otto percorsi che spesso s’incrociano e si richiamano invita a fermarsi un momento sotto un albero, per riscoprire il valore della parola piena e dei miti, simboli unici delle domande fondative umane: chi sono, da dove vengo, per quale destino vivo? Per tutto ciò preferisco l’espressione di opera fantametafisica e non di racconti del genere fantasy per tutto il corpus del maestro.

Quali sono le ragioni che l’hanno spinta alla scrittura di un saggio sull’opera di J.R.R. Tolkien?
Avevo in mente che il lettore medio e anche quello medio-alto italiano è attirato negli ultimi vent’anni dai libri propostigli dalla forte spinta dei mass-media e delle librerie che, in larga parte, orientano le sue scelte. Tolkien è ai nostri giorni ancora un controcorrente, uno che nuota in mari aperti ricchi di libertà e responsabilità per ogni vicenda altrui: perciò fa ancora più scalpore che nonostante l’ostracismo bieco di molta pseudo-cultura italica, abbia corrisposto un grande successo editoriale anche da noi. Alle migliaia di coppie per lettori adolescenti sui libri di Moccia, o per adulti come quelli di Camilleri, volevo inoltre, con il mio piccolo contributo, risvegliare la bellezza del singolo, del cercatore che si fa comunità quando, veramente, indaga nel profondo le ragioni del vivere e, alla fine, incontra, chissà perché, pochi grandi libri, come la Bibbia o i classici. Il libro che ho scritto non è semplice, ma complesso, come è la vita, che non si può spesso né cogliere, né comprendere, ma solo contemplare ed amare, apprezzandola per tutti i doni che ci elargisce, anche quando ci propone qualche inspiegabile prova.

Se dovesse delineare il lettore ideale del suo libro, come lo descriverebbe?
Ironico, allegrone, ma nel silenzio della sua stanza meditativo e dubbioso, al continuo inseguimento della perfezione. Lo scrittore inglese si accorse più volte che tanti non riuscivano a rispettare tutta la sua fatica di sub creatore, poiché la simpatia per la sua opera non riusciva a cancellare o far venir meno la debolezza interpretativa di molti suoi interlocutori. Mentre con Virgilio o Dante, il tempo ci rende meno paurosi perché non temiamo, o almeno fingiamo di non temere il giudizio sulle nostre vicende al confronto di grandi di un passato glorioso, romano-imperiale o cristiano che fosse, di Tolkien molti hanno paura perché senza parlare di totalitarismi è antitotalitarista; senza deridere direttamente le Macchine ci presenta la terribile marionetta dell’uomo d’oggi tutto tecnologia o con il continuo sguardo verso il passato e non proteso con la sua unica vita verso il futuro; inoltre la presenza in lui di tanti altri temi di decadenza odierna e di eterna speranza dell’uomo di ogni epoca impegna e corresponsabilizza ogni suo attento conoscitore: ecco il motivo principale della sua opera non stigmatizzata in un’epoca ben definita, ma solo descritta come Terza Era; l’atemporalità rende il suo messaggio universale, mentre si riveste di critica alla nostra decadente stagione moderna.

Sbirciando il sommario di Alberi e Miti è facile lasciarsi intrigare dai titoli di alcuni capitoli. Ci riferiamo in particolare a capitoli III (La logopoiesi come viatico alla mitopoiesi) e IV (Il suo mondo mitologico: domande semplici, risposte complesse). Vorrebbe anticiparci qualcosa sul contenuto di questi due capitoli?
Sono stati pensati e ideati insieme. Il lettore più coraggioso deve leggere III e IV percorso insieme: scoprirà che la parola genera il mito; ma anche il contrario. Con lo sguardo da infante spirituale l’uomo antico e quello odierno rimasto libero da ogni vincolo vedevano e scorgono la unicità di una Natura, di persone (i popoli da lui ideati), di comunità che cercano il primato del Bene, sorgente di ogni positività per la propria esistenza. La scelta di soffermarsi nel III capitolo su 13 lessemi caratterizzanti è un invito a leggere i tre principali capolavori e l’epistolario anche per itinerari, come i più noti studiosi internazionali e nazionali propongono ormai da oltre un ventennio. La sezione più squisitamente mitica si diffonde e argomenta sul valore perenne del suo messaggio, partendo dalla grande ricostruzione del De Vries. Il mito non ci allontana dalla realtà, ma ne offre uno spaccato più veritiero, invitando ad uno sguardo che non si soffermi sulle apparenze, ma che faccia riflettere su ciò che esiste dietro, dando vita a persone, animali e mondo vegetale.

Altro capitolo il cui titolo, in special modo nel panorama italiano, spicca per originalità è il VI: Un orientamento pedagogico-didattico su Tolkien. Vuole dirci qualcosa in proposito?
Qui, per i miei vent’anni di ricerca educativa e per la straordinaria risposta avuta da allievi di ogni età che hanno letto in classe ad alta voce con me, soprattutto Lo Hobbit, ma anche The Lord of the Rings, mi riconosco una certa originalità nel panorama italiano che, con grande mia gioia, si sta sempre più allargando in tematiche e affinando in rilievi critici, grazie al lavoro di tre principali componenti: la già citata Società Tolkieniana Italiana, con le curatissime riviste Minas Tirith e Terra di Mezzo; gli studi di Manni con la sua creatura Endóre e infine la collana di pregevoli traduzioni dell’Istituto Filosofico di Studi Tomistici, iniziata con il saggio di Tom Shippey: La Via per la Terra di Mezzo. Vale la pena a tal proposito citare cosa diceva nel 1977 Kocher: “Tolkien non è né un filosofo, né un teologo, ma un artista letterario che pensa”. La ricerca pedagogica, se correttamente utilizzata, porterà lo studioso attento e il cultore appassionato alla riscoperta del ragionamento, così dando spessore alla sua, spesso fragile, vicenda esistenziale.

Il suo è forse il primo saggio italiano uscito in seguito alla pubblicazione dell’ultimo inedito di J.R.R. Tolkien, I Figli di Hurin. Pensa che questo lavoro postumo possa in qualche modo dare un contributo allo studio dell’opus tolkieniano? Oppure il suo ruolo è limitato a una pur importante divulgazione, alla possibilità offerta al grande pubblico di scoprire l’esistenza di narrazioni relative ad accadimenti delle prime ere della Terra di Mezzo, solo accennati nelle opere maggiori?
I Figli di Hurin rappresentano una fase pre-ideativa o primo-esplorativa del grande affresco tolkieniano. L’operazione messa insieme dal figlio Christopher è diversa da quella per Il Silmarillion, che il padre lasciò praticamente già da editare. Qui c’è una ricostruzione, che rispetta il lavorio del padre, ma che lascia un dubbio significativo: perché questo racconto così tragico non venne mai proposto da Ronald come l’inizio della sua mitopoiesi, ma solo all’interno dei Racconti Perduti o dello stesso Silmarillion? La risposta potrebbe risiedere nel desiderio di non dare troppa enfasi alla fase demolitiva della Caduta, giungendo con Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli ad una visione molto più edificante e valoriale. Non bisogna mai tralasciare che l’Autore si propose di interpretare il Male nel e del mondo come assenza di Bene o ombra, alla luce della sua profonda conoscenza di Agostino e Boezio.

Nelle note di copertina del suo libro pare di cogliere una nota polemica sull’isolamento a cui l’opera tolkieniana sarebbe stata rilegata nel panorama letterario italiano. Vuole parlarcene?
La nostra critica letteraria in scia ad una parte di quella anglosassone, che fin dalle prime uscite dei lavori dell’oxfordiano tentò, con scarsi esiti, di definire scadente tutta la sua opera, si è espressa con molti pregiudizi e stereotipi, finendo per attribuire appartenenze del nostro a mondi culturali, che non lo videro mai coinvolto. Non fu apolitico, ma la sua critica fu di alto profilo, volendo sancire la povertà dell’uomo quando si rifugia in forme totalizzanti, in sicurezze effimere, in un’unica parola, in un potere fine a se stesso e lontano dalla grande forza del servizio e dell’amore agapico per ogni membro del genere umano: solidarietà comunionale. La grandezza di Omero o di un Virgilio non viene indebolita dalla nascita di altri soggetti di epos e di ricostruzione di una civiltà, quella anglosassone, divenuta veramente popolo. Con una critica più corposa, richiamo i quattro volumi americani dei Tolkien’s Studies, in un prossimo futuro, vedremo sempre più assurgere i capolavori al ruolo di primi attori letterari del Ventesimo secolo e li vedremo ascritti ai classici di ogni tempo, senza onta di dubbio.

Negli ultimi anni sono state date alle stampe diverse traduzioni di importanti studi internazionali mentre altre sono in lavorazione. Qualcosa, non molto per la verità, si sta muovendo anche nel campo della saggistica nazionale. Il vento è cambiato? Se si, quali ne sono le ragioni?
Due considerazioni necessitano: la miopia intellettuale e pseudo-ideologica di molti nostri critici ha sì allontanato un immediato rapporto fecondo con lo scrittore, ma ha spinto molti ad una lettura diretta e gli anni fine Settanta-inizio Ottanta sono stati così fervidissimi di letture personali e di scambi intensi in cenacoli e comunità spontanee. Se il paragone non è irriverente anche la Buona Notizia, morto il Maestro, si è diffusa per la testimonianza fervida ed eroica dei primi discepoli. In questo trovo una forte dicotomia tra i primi lettori di Tolkien in Italia e quelli, ad esempio, un po’ globalizzati nati dalla visione della riproduzione cinematografica di Jackson. Un secondo rilievo sorge sulle traduzioni e sui saggi critici: oggi anche nelle nostre università parlare di Ronald Tolkien significa incontrare molte riflessioni alte e più sfumature critiche. Resta, però, un autore ancora elitario, come per esempio lo fu per una lunga stagione letteraria nei secoli l’Alighieri, poiché i grandi attirano i semplici e i migliori, ma allontano i cialtroni, e nel mondo degli intellettuali ce ne sono troppi, e coloro che non amano farsi troppe domande sul perché del vivere.

Concludendo, è soddisfatto del lavoro compiuto con Alberi e Miti? Ha altri progetti in cantiere in ambito tolkienano?
Nessun vero autore può essere totalmente soddisfatto del lavoro finale, perché sempre nascono altri stimoli investigativi, percorsi accennati o nuove domande, nate dagl’incontri coi lettori. Per ora intendo, però, fermarmi, perché il lavoro fervido e finale degli ultimi due anni, tra Stati Uniti, Inghilterra e Italia, mi ha certamente stancato. Poi, credo, che altri ancora più profondi e consapevoli sapranno fare meglio e offrire una visione ancora più organica sul maestro anglo-sudafricano. Sono, al contempo, lieto di offrire al pubblico italiano, e sognando, anche internazionale, uno studio critico che allarghi gli orizzonti su un uomo così unico e vero testimone di una vita umanamente degna.

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